Studio, ricerca e perfezionamento sul mondo delle Arti Marziali e del Combattimento
"ARTE": nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme creative di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza.
"MARZIALE": relativo a Marte, dio della Guerra; tutto ciò che riguarda la guerra.



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Dove siamo?

lunedì 19 settembre 2016

Ritorno in palestra

Stasera eravamo quasi tutti. Peccato per Giulio che è uscito prima che facessimo le foto.

in più, finalmente, abbiamo attaccato la sbarra per le trazioni...


Ora manca solo il pavimento e per ottobre saremo operativi.

lunedì 12 settembre 2016

Weekend all'insegna del coltello

Due giornate passate a studiare due metodi differenti di utilizzo del coltello.
Sabato pomeriggio siamo stati a Verona alla Scuola di Silat Sera del Maestro Max Morandini.
Domenica nel campetto di Zovencedo in provincia di Vicenza con il Maestro Valerio Zadra.
Due aspetti diversi nell'utilizzo di queste due armi bianche ma comunque letali.
Mi limiterò a dare la mia opinione su quello che ho potuto apprendere in questi due giorni, cercando di non offendere nessuno. Può essere che non siate d'accodo con me, ma tenete presente che ho partecipato ad un seminario di qualche ora e che non conosco affondo l'Arte, per cui perdonatemi se non sarete d'accodo con me.

Nella Scuola del Maestro Morandini abbiamo studiato i principi che regolano per intero la struttura su cui si basa la sua Arte. Gli stessi principi vengono applicati sia con il combattimento a mani nude che con il coltello o con armi più lunghe. Ci ha aperto gli occhi su alcune teorie che fin'ora non avevamo ancora esaminato. Possiamo dire che, utilizzando una sua metafora, siamo usciti con dei semi: ora sta a noi annaffiarli e farli germogliare.

Sono stato allievo del Maestro Zadra per alcuni anni, per cui i principi studiati domenica non mi erano nuovi, ma fa comunque bene ripassarli e metterli in atto. Utilizzando il Kukri, coltello di origine nepalese di grandi dimensioni, ho potuto notare le differenze che ci sono e che condizionano l'utilizzo di questo coltello rispetto ai coltelli classici utilizzati durante il seminario del Maestro Morandini.

Impossibile dire che un metodo sia più letale dell'altro ed impossibile dire che un coltello sia più pericoloso dell'altro.
Sono entrambe Scuole che hanno principi a volte simili e a volte contrastanti, se questi principi vengono messi in atto da persone preparate vediamo che comunque sono letali in combattimento.
I coltelli sono completamenti differenti per forma, dimensione, bilanciamento e peso.
Per cui richiedono accortezze differenti e principi a volte simili e a volte differenti.

E' stato interessante poterli studiare in due giorni consecutivi proprio per vederne le differenze.
Tutto questo ci ha dato materiale su cui studiare e su cui pensare molto.
Grazie al Maestro Morandini e grazie al Maestro Zadra.



mercoledì 31 agosto 2016

Inizio lezioni nuova stagione

Dopo la pausa estiva i lupi riformano il branco.
Venerdì 02 settembre ripartono le lezioni. Finchè il tempo e la luce del sole ce lo permettono continueremo ad allenarci all'aperto. Dopo di che ci sposteremo nella "vecchia-rinnovata" palestra.

Buon allenamento a tutti

venerdì 12 agosto 2016

Amedeo e Gianni - Mae Mai Muay Thai - Combattimento finale

Combattimento libero alla fine dell'esame tenutosi il decimo ed ultimo giorno del corso estivo intensivo del Maestro Valerio Zadra a Zovencedo (Vicenza).
I due ragazzi con punteggi eccellenti hanno superato l'esame durato la bellezza di 5 ore filate e hanno conseguito il grado di cintura nera 1° Khandam della scuola Taran Devak.
Come potete notare nel video l'esame si svolge all'aperto in questo bellissimo scenario creato dalla vegetazione che avvolge le vecchie cave di pietra di Zovencedo. Con l'aiuto della pioggia che ha rinfrescato la giornata, i due ragazzi hanno dimostrato di avere grande capacità tecnica, forza, resistenza e determinazione.

Bravi ragazzi oggi avete dimostrato di essere proprio dei Lupi.

lunedì 8 agosto 2016

Il fine ultimo

Forse ne abbiamo già parlato su questo blog, ma ogni tanto quest'argomento salta fuori ed è bene ripassarlo.
Questa parola che spaventa la maggior parte delle persone, dovrebbe essere, per tutta la vita, la compagna di viaggio costante di ogni guerriero.
Stiamo parlando della Morte. Utilizzo la maiuscola perché questa parola merita rispetto.

Ogni cultura ha il suo modo di vedere e di affrontare tale traguardo. E voi vi chiederete “traguardo? Ma è impazzito?”. Da guerriero, posso solo dirvi che solo i guerrieri capiranno questo mio discorso, tutti gli altri continueranno a considerarmi pazzo.
Sappiamo benissimo che la Morte è l'unica cosa certa che ci accompagna per tutta la vita, per cui non ci resta che prepararci ad affrontarla per vivere quell'attimo al meglio. So che in un certo senso è una frase fatta, però mi sembra avere molto meno senso vivere questo fatto con tristezza e paura.
Mi sento di dire che questi due stati d'animo prendono il sopravvento nel momento in cui non siamo preparati, cioè quando abbiamo ancora “faccende in sospeso” il ché ci porta a scoprire che non abbiamo vissuto la nostra vita al meglio: non dovremo avere rimorsi perché quello che è stato fatto non si può cambiare, ma soprattutto non dovremo avere rimpianti perché abbiamo esaurito il tempo a nostra disposizione.

Come guerrieri appunto, passiamo gran parte della nostra vita ad allenarci e a prepararci ad affrontare un combattimento, uno scontro. Non lo sapremo mai fino alla fine, ma potrebbe essere che questo scontro sia l'ultimo della nostra vita perché dovremmo affrontare un avversario più forte di noi. Per questo possiamo dire che ci alleniamo costantemente per affrontare questo temibile avversario che non è altro che la Morte.
Lo incontriamo ogni volta che indossiamo i guantoni o che eseguiamo una tecnica con un nostro compagno e scopriamo che quella determinata concatenazione di movimenti è come una danza sacra che richiama la Morte. Sentiamo il brivido lungo la schiena quando ci immedesimiamo nella situazione di riceverla e capiamo le dinamiche che la sviluppano. Sappiamo che anche solo aumentando la pressione dello strangolamento, affondando di qualche centimetro in più il pugno o premendo nei punti giusti, per un istante non siamo più il guerriero che stava combattendo ma diventiamo noi stessi la Morte.
Per questo non dobbiamo averne paura, dobbiamo solamente averne rispetto. 

In tutte le culture del mondo “il cosa c'è dopo la Morte” viene rappresentato come una cosa bella o comunque migliore della situazione attuale in cui viviamo (lasciamo perdere l'inferno che è una cosa inventata solo per tenere a bada la gente con il terrore). Per cui, perché dovremmo avere paura di andare in posto migliore? Il problema sta ancora una volta nel capire bene la differenza tra materiale e spirituale. La nostra cultura occidentale purtroppo ci porta a pensare che le cose più importanti sono le cose materiali, mentre lo spirituale ha meno importanza. Per fortuna non è sempre stato così: le nostre culture antiche veneravano lo spirituale molto più di come facciamo noi adesso.
Tutto quello che ci circonda fa parte di noi e ci appartiene e in una società quasi esclusivamente materialista non si può far altro che dispiacersi per le cose che si abbandonano e che accumuliamo fino alla fine mentre teniamo in considerazione sempre meno quello che poi (forse) ci porteremo dietro: le nostre esperienze di vita, la conoscenza, la nostra mente ed il ricordo di noi, di quello che abbiamo fatto e lasciato agli altri.
Mi rendo sempre più conto che la maggior parte della gente si focalizza sempre sull'aspetto materiale anche in questo caso: è morto ma ha fondato una grande azienda, è morto ma ha lasciato una bella eredità economica ad ogni figlio, è morto ma ha creato un impero... Mentre le cose più importanti vengono lasciate in secondo piano: era un buon padre di famiglia, amava le persone, aiutava la gente...

Come i Samurai, i Vichinghi o i nativi americani, gli antichi guerrieri affrontavano la battaglia pronti alla morte, non la temevano e proprio per questo motivo spesso e volentieri erano più forti dei loro nemici. La paura non è nemica, la paura ci serve, fa parte di noi, dobbiamo solo sfruttarla a nostro vantaggio. Possiamo lasciare che prenda il sopravvento facendoci tremare le gambe e bloccando i nostri movimenti o possiamo decidere di utilizzarla per superare i nostri limiti facendo crescere il nostro coraggio. Possiamo lasciarla farci da freno o possiamo utilizzarla come propulsore per superare le nostre barriere mentali.

Sappiamo che la paura ci appartiene e sappiamo che la Morte ci appartiene. Quindi siamo “paura” e siamo “Morte”.
Non sappiamo quando il nostro inconscio le tirerà fuori, ma possiamo prepararci ad accoglierle nel migliore dei modi quando arriveranno.


Non so come sono stati gli ultimi suoi momenti di vita, non so come ha passato l'ultimo periodo o le sensazioni che ha provato ma voglio ricordarlo ed immaginarlo così.

Era un lupo.

Nessuno a prima vista gli avrebbe dato 5 lire: un piccolo uomo, magrolino, sempre con la battuta pronta e sempre sorridente ma era forte, tenace, rapido, determinato, instancabile e aggressivo.
Aveva più resistenza e fiato di tutti noi che eravamo più giovani di lui.
Per alcuni ha fatto da padre, per altri è stato un fratello, per altri ancora un amico.
Era testardo fino al midollo ma di una simpatia ed ironia uniche.
Per quel che mi riguarda mi ha dato moltissimo, sia per le Arti Marziali sia per la vita in generale, e penso di parlare a nome di tutti i suoi allievi più vecchi.
Sotto un certo punto di vista e contrariamente a quanti dicono o pensano, aveva una visione particolare delle Arti Marziali. La sua decisione di mantenersi staccato da federazioni e legami burocratici inutili, gli ha permesso di guadagnare una delle cose più importanti che dovrebbero darci le Arti Marziali: la libertà.

Forse stufo di quello che questo mondo poteva dargli o forse appagato da quello che aveva fatto, si è lasciato andare. Ha deciso di non combattere più.
L'espressione serena che ha seguito il suo ultimo respiro ha fatto sì che lo spirito abbia lasciato il corpo nel migliore dei modi, proprio come un grande guerriero dovrebbe fare.
Non sappiamo cosa lo aspetterà di la, sappiamo solo che uno spirito come il suo non vagherà nel nulla abbandonato a se stesso, vecchi amici, antichi guerrieri e grandi combattenti saranno li ad aspettarlo pronti ad allenarsi con lui e a ridere delle sue storie proprio come facevamo tutti noi in palestra.

Per cui niente lacrime o discorsi tristi, avrebbe odiato tutto questo.
Ti ricorderemo proprio come eri, un possente lupo travestito da piccolo uomo simpatico, con il sorriso spalancato sotto quei folti baffi neri.

Mi sento di parlare a nome di tutti i tuoi allievi quando ti dico grazie per quello che eri e per quello che ci hai dato.



venerdì 10 giugno 2016

La meditazione pre-allenamento e post-allenamento

Vorrei innanzitutto spiegare cosa intendo per meditazione e sfatare alcuni miti e luoghi comuni.
Se andiamo alla ricerca dell'origine della parola, meditazione, in latino meditatio, significa proprio riflessione.
Esistono vari tipi di meditazione. E sicuramente nessuna di esse ci farà alzare in volo mentre abbiamo gli occhi chiusi e teniamo le gambe incrociate nella posizione del loto.
La meditazione serve essenzialmente per appunto a riflettere ma riflettere in modo particolare, cioè portando l'attenzione su un qualcosa di particolare escludendo tutto il resto.

La meditazione fa parte di tutte le culture e le religioni del mondo, viene solo chiamata in modo diverso. Nella religione Cristiana ad esempio, che è quella che forse la maggior parte di noi conosce meglio, viene chiamata preghiera. Il credente recitando appunto preghiere, porta la completa attenzione su di un particolare (in questo caso il contenuto della preghiera e sul perchè la preghiera viene recitata, ad esempio per aiutare l'anima del defunto a raggiungere il paradiso, oppure più semplicemente per ritrovare un oggetto smarrito), svuota la mente dagli altri pensieri e riflette su di un singolo pensiero. La recitazione di queste preghiere (in sanscrito mantra), la troviamo anche nella cultura buddista: tutti abbiamo in mente almeno un immagine di un monaco buddista che recita il famoso OHM seduto nella posizione del loto. Un tipo di meditazione più efficace possiamo trovarla nelle culture dei nativi americani che, oltre a recitare le preghiere, danzavano in modo da portare ancora di più l'attenzione al gesto compiuto.
Vediamo quindi che non c'è niente di così strano e di esoterico nella meditazione (a meno che non si pratichino meditazioni particolari ad esempio quelle curative o i famosi malocchi-fatture).

Come utilizziamo la meditazione nella nostra scuola?
Prima di tutto ci mettiamo in una posizione comoda.
"Ma come comoda? la meditazione va fatta nella posizione del loto, così è più efficace!"
Niente di più sbagliato, la posizione del loto viene utilizzata dagli orientali nella meditazione solo perchè è il modo in cui stanno seduti tutte le volte che si siedono. Nelle case le famiglie non si siedono sulle sedie per mangiare ma si siedono incrociando le gambe sotto al tavolo basso con un cuscino sotto al sedere, per cui per loro è una posizione naturalissima, per questo la usano. Per la maggior parte degli occidentali, la posizione del loto risulta scomoda e se la utilizzassimo per la meditazione, dopo qualche minuto inizieremo ad avere dei fastidi e la mente si focalizzerebbe su quello abbandonando il pensiero centrale a cui era destinata la meditazione. Per questo motivo dobbiamo trovare una posizione a noi comoda, che può essere seduta, in ginocchio, in piedi o addirittura camminando.

Utilizziamo un gesto per iniziare la meditazione che poi sarà lo stesso gesto che ripeteremo alla fine: uniamo le mani a "preghiera" all'altezza del petto. In PNL (programmazione neuro linguistica) questo gesto viene chiamato "àncora" e serve per aiutare la mente ad entrare nello stato di coscienza adeguato.
Abbiamo scelto questo gesto perchè fa parte di tutte le culture e religioni del mondo ed ha un grande significato spirituale; oppure, se abbiamo credenze differenti, il significato lo troviamo nella psicologia. A livello spirituale le mani hanno un grande significato, sono due punti energetici di grande importanza: la mano destra rappresenta la nostra parte spirituale o la nostra mente, mentre la mano sinistra rappresenta la nostra parte fisica o il nostro corpo. Unendole nel gesto della preghiera (nel mudra dell'adorazione "Anjali") simbolicamente sarebbe come unire corpo e mente in un'unica cosa. La psicologia invece ci dice che la parte sinistra del nostro cervello è la parte razionale di noi, mentre la parte destra del cervello comanda le emozioni. Esperimenti scientifici hanno dimostrato come l'uomo utilizzi la parte sinistra del cervello per risolvere calcoli matematici o comunque nei casi in cui debba utilizzare la logica, mentre l'emisfero destro prende il sopravvento quando la persona prova emozioni. Unendo le mani in questa posizione ricordiamo alla nostra mente che dobbiamo prepararci a lavorare in perfetto equilibrio logico-emotivo e che i due emisferi devono cooperare per lavorare al meglio.

Entriamo nel cuore della meditazione.
A cosa serve la meditazione pre-allenamento?
Innanzitutto serve a staccare la spina. Dobbiamo svuotare la mente da tutto quello che ci siamo portati dietro nell'arco della giornata e dobbiamo concentrarci sull'allenamento. Prima di tutto perchè l'allenamento richiede un grande sforzo, sia fisico che mentale, per cui dobbiamo mantenere le energie per quello che ci apprestiamo a fare e quindi pensieri esterni possono solo togliere l'energia che potremmo utilizzare per affrontare al meglio l'allenamento. In secondo luogo perchè durante l'allenamento dobbiamo restare il più concentrati possibile (anche l'allenamento quindi diventa meditazione? certo che sì) su quello che stiamo eseguendo, soprattutto quando lavoriamo in coppia: impariamo tecniche letali che possono fare molto male o addirittura togliere la vita, quindi dobbiamo essere consapevoli di ogni singolo movimento che eseguiamo con il nostro compagno.
Finiti i due minuti di meditazione (approssimativi) rifacciamo il gesto di preghiera per concludere la meditazione ed iniziamo l'allenamento.

La meditazione post-allenamento inizia e finisce con il gesto della preghiera come la precedente ma il contenuto è diverso.
Come prima cosa dobbiamo riflettere sull'allenamento eseguito, le tecniche svolte, le lacune che abbiamo avuto, le tecniche che non abbiamo capito. Questo serve per discuterne poi e migliorare le lezioni successive portando alla luce i propri dubbi e le proprie perplessità. Oppure per suggerire qualcosa di nuovo o qualche modifica.
La seconda parte della meditazione, serve per uscire dalla "modalità allenamento" ed entrare nella "modalità guerriero". La palestra è il luogo più sicuro in cui possiamo trovarci: siamo circondati da compagni a cui affidiamo la vita ogni qualvolta eseguiamo una tecnica, compagni di cui ci fidiamo e che in caso di pericolo ci aiuterebbero; a casa o in strada siamo soli e dobbiamo contare solo su noi stessi e sulle nostre capacità, può capitare di tutto ed in caso di pericolo dobbiamo abbandonare l'idea di controllo e protezione che abbiamo tenuto durante tutto l'allenamento per eseguire le tecniche con il nostro compagno e dobbiamo trasformarci in "guerrieri" pronti a tutto pur di portare a casa la pelle.

Questi pochi minuti diversi dall'ordinario e che in pochissime palestre si fanno, possono sembrare inutili quando si eseguono per le prime volte. A lungo andare invece se ne comprende il significato e l'importanza e diventano quasi indispensabili.
Capiamo alla fine, come anticipato in precedenza, che la meditazione non è rinchiusa in quei pochi minuti ma inizia e si conclude con l'inizio e la fine dell'allenamento.

Ricapitolando abbiamo detto che la meditazione può essere fatta in silenzio nella posizione del loto (monaci asceti induisti, monaci buddisti), in silenzio mangiando (monaci cattolici) o in silenzio camminando (la filosofia di Thich Nhat Hanh), pronunciando una sola sillaba (il famoso Ohm buddista) oppure frasi intere (preghiere cattoliche, o sutra indiani), cantando e danzando (culture sciamaniche africane, dei nativi americani e delle tribù siberiane; oppure pensiamo semplicemente ai cori Gospel), con l'utilizzo di armi simboliche o armi vere (danze meditative tailandesi e indiane) o addirittura facendo l'amore (ad esempio pratiche del Tantra o del Kama-Sutra della cultura classica induista).
Detto ciò capiamo che la meditazione non è propria di una cultura sola, bensì è presente in tutto il mondo e si può fare in qualsiasi maniera. Il mio Maestro di Krabi Krabong racconta spesso che nei suoi viaggi in Thailandia per imparare la meditazione il suo Maestro lo mandò in un monastero buddista a praticare. I monaci gli diedero una scopa e gli fecero spazzare per terra per lunghi periodi di tempo. Quando chiese spiegazioni gli fu risposto che l'importante non era il gesto, ma lo stato mentale. e la presenza dell'Io nel gesto, in parole povere concentrarsi e riflettere su quello che si stava facendo in modo da escludere tutto il resto e vivere appieno il momento presente.

Tornando alle Arti Marziali, dobbiamo imparare a meditare cioè a riscoprire il significato della parola "Presente", intesa come momento che ci viene donato, e visto che durante il combattimento non possiamo permetterci nè di pensare a cosa è appena successo nè a quello che faremo, dobbiamo restare aggrappati al presente in continua meditazione. 
Solo così saremo in grado di salvarci la vita.
Solo così diventeremo guerrieri.

Alcuni del gruppo

Da sx a dx in alto io, Amedeo, Matteo e Giulio.
Da sx a dx in ginocchio Nicola, Daniele e Roberto